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Le dichiarazioni degli economisti sulle prospettive finanziarie ed economiche dell’America di Trump

Gli intellettuali americani sono pietrificati. Difficile schematizzare in una analisi unica e coerente la vittoria alle presidenziali americane di Donald Trump. Paul Krugman, 63 anni e premio Nobel per l’economia nel 2008, ha dichiarato: “Sono totalmente disorientato. Dovrei rispondere alla legittima domanda, che cosa succede ora sui mercati finanziari? Ma in questo momento le ricadute sull’economia sono in fondo alla lista delle mie preoccupazioni”. Krugman, insomma, si attende la catastrofe: “Trump è un uomo ignorante, irresponsabile e per di più consigliato dalle persone peggiori che siano in circolazione nel paese”.

Anche Thomas Friedman, consigliere di Barak Obama, dichiara: “Nei miei 63 anni di vita non ho mai avuto così paura come adesso che qualcuno come Trump possa spaccare il paese. Noi possiamo diventare così irreparabilmente divisi che il nostro governo nazionale non potrà più funzionare”.

Saskia Sassen, sociologa ed economista americana, autrice di Expulsions, pubblicato in Italia nel 2015 per i tipi de Il Mulino, sostiene: “Donald Trump e il suo successo partono da lontano. I primissimi segnali risalgono ad almeno trent’anni fa: il nuovo corso di privatizzazioni e di deregulation ha rotto gli schemi di protezione sociale. Negli anni si è affermata un’altra cultura di impresa che io chiamo “estrattiva”.

Per venire ai nostri giorni vediamo società come Google, Facebook e tante altre “estrarre” dati, valore, dalla vita delle persone senza costi. Gratis. Non sono obbligate a prendersi cura di loro, e non lo fanno.

La conclusione è che gli americani hanno iniziato a prendersela con il governo o, meglio, col sistema. Trump si è offerto ed è diventato il portabandiera.

Perchè non si sono rivolte al partito democratico? Perchè dall’altra parte hanno trovato il muro arrogante delle élite, di una classe politica che ha rinunciato da tempo a farsi capire dai cittadini, a spiegare perchè sono necessari gli accordi sul commercio internazionale o gli investimenti in settori industriali diversi da quelli tradizionali. Alla fine, nessuno li ascolta davvero”.

 

 

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